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Nel 1848, dopo l'instaurazione del regime costituzionale con il gabinetto presieduto da Cosimo Ridolfi, il granduca Leopoldo II dovette permettere la partecipazione di truppe regolari e di volontari alla prima guerra d'Indipendenza contro l'Austria; ma dopo il fallimento della campagna militare si ebbe anche qui l'affacciarsi di un forte movimento democratico e un nuovo ministero Guerrazzi-Montanelli chiese la convocazione di una costituente nazionale a Roma. Leopoldo II abbandonò il trono e si rifugiò a Gaeta, mentre le correnti liberal-moderate dissociavano le loro responsabilità dal triumvirato Guerrazzi-Montanelli-Mazzoni, che aveva assunto il potere (febbraio 1849); quest'opposizione sembrò dapprima poter essere neutralizzata con l'assunzione della dittatura da parte di Guerrazzi, manell'aprile 1849 i moderati ripresero l'iniziativa, arrestarono Guerrazzi e chiesero il ritorno del granduca. Questi attese tuttavia di poter rientrare dopo l'intervento delle armi austriache (luglio 1849); tale atto significò la rottura della collaborazione tra i moderati e il granduca; presero quindi forza le correnti filosabaude, che facevano capo alla Società nazionale di La Farina, da una parte, e, dall'altra, i gruppi mazziniani. Di fronte alla guerra del 1859 il dominio di Leopoldo fu quindi investito da una crisi definitiva, che lo costrinse all'esilio (27 aprile 1859), mentre in Firenze il governo provvisorio di Ubaldino Peruzzi offrì la dittatura a Vittorio Emanuele II; questi accettò, per ragioni di politica internazionale, solo il protettorato e inviò quale commissario Carlo Boncompagni; alla presidenza del governo fu chiamato Bettino Ricasoli che, in seguito all'armistizio di Villafranca, impose la soluzione monarchica sabauda, ratificata il 15 marzo 1860 dal plebiscito per Vittorio Emanuele II.
Prima dell'XI sec. le scarse testimonianze (duomo di Chiusi, pieve di Arliano, cripta di Sant'Antimo, San Salvatore al Monte Amiata, San Salvatore in Agna) appaiono dominate dall'attività delle maestranze comacine, mentre successivamente ogni provincia acquistò caratteristiche proprie e, fino a Giotto, cioè fino al predominio incontrastato di Firenze, non si può dire che un centro prevalesse sugli altri. L'architettura romanica a Firenze restò legata alle forme dell'età paleocristiana (battistero, San Miniato al Monte) ed ebbe un'espansione assai limitata, mentre quella pisano- lucchese (duomo, battistero e campanile a Pisa, chiese di San Martino e di San Michele a Lucca), conciliando elementi lombardi con altri di derivazione orientale, si diffuse per tutta la regione, toccando anche la Sardegna e, probabilmente, la Capitanata. Anche la scultura ebbe i suoi centri più significativi tra Lucca, Pisa e Arezzo, dove tuttavia fu predominante l'influenza lombardo-emiliana, per la presenza di artisti come Guglielmo (a Pisa), Biduino (a Lucca), Gruamonte Guido da Como (a Pistoia), fino a Nicola Pisano, che, per quanto proveniente dall'Italia meridionale, deve considerarsi il fondatore della scultura toscana (pulpiti nel battistero di Pisa e nel duomo di Siena). Nella pittura un'analoga funzione venne svolta a Firenze da Coppo di Marcovaldo e a Pisa da Cimabue, mentre la pittura precedente era caratterizzata da una generale adesione, più o meno passiva, alla tradizione bizantina, con Giunta Pisano, i Berlinghieri, Margaritone, gli autori dei mosaici del battistero fiorentino, ecc. È tuttavia negli affreschi eseguiti in San Francesco ad Assisi che abbiamo il primo documento di una pittura toscana con caratteri ormai definiti, con Cimabue, Duccio, Simone Martini, Ambrogio e Pietro Lorenzetti e soprattutto Giotto, il vero rinnovatore della pittura italiana, iniziatore di una ricca scuola pittorica (Stefano, T. Gaddi, B. Daddi, Maso di Banco, Giovanni da Milano, A. Orcagna, Nardo di Cione, S. Aretino, A. Gaddi, ecc.). Tale carattere personale dell'arte toscana si rivela anche nell'architettura, dove il gotico, tranne casi isolati (abbazia di San Galgano, San Salvatore a Settimo), subì una notevole trasformazione (ad es. le chiese di Santa Croce, Santa Maria Novella, Santa Maria del Fiore a Firenze, il duomo di Siena, ecc.) e ancora di più nella scultura, dove dominarono Arnolfo di Cambio, attivo soprattutto a Roma, e Giovanni Pisano con i suoi continuatori Tino di Camaino, Giovanni di Balduccio, Lorenzo Maitani e, nella seconda metà del secolo, Andrea e Nino Pisano. Il Quattrocento segnò il culmine dell'arte toscana, soprattutto fiorentina, nei confronti del resto d'Italia: oltre a personalità notevoli ma di minor rilievo, come Nanni di Banco, L. Ghiberti, Jacopo della Quercia e, nella pittura, il Sassetta e Masolino, questo secolo vide inaugurarsi l'arte rinascimentale con Brunelleschi, inventore della prospettiva, Donatello e Masaccio, rispettivamente nell'architettura, nella scultura e nella pittura. A essi si affiancarono molte altre personalità come il Beato Angelico, Domenico Veneziano, da cui prese le mosse Piero della Francesca, il maggior artefice del rinnovamento pittorico dell'Italia del Quattrocento; L. B. Alberti, il maggior teorico della nuova arte, più spesso sulla loro scia, sia pure con accenti personali. Nella pittura sono da ricordare Paolo Uccello, Filippo Lippi, Andrea del Castagno, nella scultura Michelozzo, Bernardo Rossellino, attivi anche come architetti, Luca Della Robbia, iniziatore della fortunata tecnica della terracotta invetriata, Agostino di Duccio, Desiderio da Settignano. La seconda metà del secolo vide una serie di artisti di estrema raffinatezza, tra cui emergono, in pittura, B. Gozzoli, A. Baldovinetti, S. Botticelli, C. Rosselli, Ghirlandaio, Filippino Lippi, Lorenzo di Credi, Piero di Cosimo, in scultura, il Pollaiolo e il Verrocchio, in architettura, Giuliano e Benedetto da Maiano, Giuliano da Sangallo e, a Siena, Francesco di Giorgio Martini.